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Intrecci di vini siciliani

Il tempo di lettura stimato per questo post è di 5 minuti

Dopo il precedente piccolo ma intenso confronto con la batteria di vini dell’Etna del mese scorso, mi sono successivamente cimentato con un’altra batteria di vini siciliani di diversa provenienza e tipologia, anche questa dai risvolti molto interessanti nonostante la miscellanea di campioni.

In realtà il primo vino in batteria è stato un “ritardatario” (cito il Masnaghetti per come suole indicare campioni pervenuti successivamente ad una degustazione tematica nella sua rivista Enogea) dell’Etna. Quantico dell’azienda agricola Giuliemi di Linguaglossa è un bianco molto particolare, figlio e frutto di un progetto che inserisce questo vino a pieno titolo nella categora dei cosiddetti vini naturali. Vi risparmio tutte le implicazioni di carattere “metafisico” che riguardano la tecnica impiegata per la realizzazione di questo vino e che ha visto coinvolta una vera e propria squadra di esperti molto ben assortita. I soci della tenuta sono, infatti, un imprenditore, un enologo, un agronomo (conferitore dei 6 ettari di vigna della sua signora), un medico e un’esperta di estetica e comunicazione. Il risultato nel bicchiere, annata 2009, non è strabiliante e ricorda molte bottiglie di altri produttori appartenenti al filone del vino naturale. Naso generoso, di una vigorosa mineralità sulfurea, lievemente buccioso, che alla lunga tende un pochino a farsi monocorde e a sfiancare la beva. Di buona freschezza ed allungo sul palato, apprezzabile per la sincerità espressiva e l’estrema digeribilità ma secondo me privo di quella riconoscibilità territoriale, anche solo varietale, che fanno, o almeno dovrebbero fare, la differenza tra i bianchi del vulcano e quelli provenienti da altre denominazioni d’origine (per ulteriori considerazioni in merito vi rimando, per chi avesse voglia e pazienza di approfondire, al mio personal blog).

Dall’Etna ci spostiamo di pochi chilometri, rimanendo in provincia di Catania, in località Licodia Eubea, ai confini con la provincia iblea dove regna il frappato. Il Belsito 2009 di Terre di Giurfo viene vinificato esclusivamente in acciaio. Il risultato è positivo: un rosso ben riuscito per la generosità del frutto, succoso e croccante. Non un vino particolarmente complesso, ma dalla beva disincantata che si esalta, in estate, soprattutto se portato a una temperatura di servizio più bassa di quella solitamente riservata ad un rosso. Da godere giovane insomma, senza aspettare troppo.

È stata quindi la volta di un presunto Nero d’Avola, che ho scoperto successivamente non essere tale. Kuddia del Moro 2007 (“kuddie”sono le colline), dell’azienda Abraxas, viene prodotto da un clone particolarissimo in una delle vigne più alte dell’isola di Pantelleria (montagna alta 836 metri s.l.m.). Ovviamente siamo su terreni vulcanici ed il vino trasmette un po’ confusamente la sua mineralità nell’impatto olfattivo, sporcato da qualche sbavatura vegetale e da note animali. Estremamente concentrato e ricco nel frutto rivela, al palato, tannini morbidi e una chiusura rotonda anche se leggermente amara. Uno stile che lascia qualche dubbio, difficile da leggere ed interpretare. Il rosso ancora oggi più rappresentativo di quella che è la più grande isola del mediterraneo rimane il nero d’avola. Il 2010 di Cusumano viene imbottigliato con il tappo a vetro. Per un vino base servito al ristorante ad un prezzo più che accettabile la trovo una scelta decisamente intelligente, oltre che gradevole dal punto di vista estetico. Il vino non offre nel bicchiere picchi di complessità olfattiva come pure al palato rimane piuttosto statico senza affondare né allungare. Insomma, non un vino “convinto” ma ad ogni modo un buon compagno da tutto pasto.

Un altro vino semplice se vuoi ma dal prezzo decisamente vantaggioso è il blend Chardonnay 2010 di Mandrarossa. Un vino-vitigno non proprio originalissimo ma che negli anni si è affermato grazie all’apprezzamento di pubblico e critica. Il naso di questo bianco è intenso, leggermente segnato dai lieviti ma senza quelle note insistenti e fastidiose di banana che spesso è dato di riscontrare. Il frutto è maturo ma allo stesso tempo piacevolmente croccante, dalle sfumature agrumate e corroborato da un leggiadro tocco floreale. Al palato conserva discreta freschezza e, pur chiudendo corto e non particolarmente incisivo, supera la prova della piacevolezza gustativa.

Gran finale con due ottimi vini dolci, da abbinare alle specialità siciliane come le paste di mandorla e, perchè no, ai deliziosi cannoli o alle squisite cassate come quelle che potrete trovare alla Pasticceria Oscar (www.oscarpasticceria.it) di Palermo. Il Ben Ryè di Donnafugata non ha certo bisogno di presentazioni. Mi fa piacere poter parlare di questo vino e bene, perché sono spesso accusato di essere uno a cui piace demolire miti e criticare i monumenti dell’enologia italiana quasi per partito preso. Nulla di più falso, e il mio continuo consenso verso questo vino, negli anni, ne è la più concreta riprova. Un vino da dessert che rappresenta una garanzia sia per il consumatore che per i moltissimi ristoratori che lo servono al bicchiere nei loro locali, considerandolo una sorta di vero e proprio must.Una consuetudine che ho potuto riscontrare costantemente da sud a nord, senza eccezione, e che in questo senso possa essere ritenuto un motivo di orgoglio non solo per il produttore ma per tutta la regione.

Ben Ryè 2008 (dall’arabo “figlio del vento”) è un passito di Pantelleria naturalmente dolce dal colore giallo ambra denso e luminoso. Il naso,  dopo le prime note più “scontate” di albicocca e pesca, si apre su un ventaglio più ampio e complesso di fichi secchi, miele ed erbe aromatiche. Un bouquet impreziosito da un bel tocco di suggestiva mineralità. Al palato dimostra accenti sapidi e allo stesso tempo dolci, e appare più spostato sulla morbidezza che sulla freschezza. Ma quello che più conta è l’allungo, davvero notevole, che conduce ad un finale di inesauribile persistenza. L’altro vino dolce è stato una piacevole sorpresa ed è il Notissimo 2009, Moscato di Noto, dell’azienda agricola Riofavara. Il colore è un bel dorato dai riflessi ambrati. Il naso offre sentori intensi di arancia amara, fichi secchi e confettura di albicocche. Il palato è ravvivato dai rimandi freschi di agrumi, sapido e moderatamente zuccherino, con una piacevole derapata amaricante nel finale. Il prezzo franco cantina dovrebbe attestarsi sotto i dieci euro: davvero un buon affare.

Infine non poteva mancare all’appello una bottiglia di Marsala. E’ stata la volta dello straordinario Marsala Vergine Superiore Baglio Florio 1997, delle cantine Florio. Colore oro antico brillante e profumi eterei che spaziano dalla scorza d’agrume al tabacco, dal fico secco alla mandorla amara, dalla mela in confettura al cedro candito, dal cuoio alla vaniglia. Insomma, una complessità straordinaria esaltata da un palato altrettanto importante e riuscito. Da meditazione per eccellenza. Uno di quei vini che non amo abbinare ma preferisco bere come aperitivo (al massimo con del tonno o pesce spada affumicati, rigorosamente siculi, please…) oppure da solo, a fine pasto, per “farsi compagnia”.

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