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Chianti Classico focus. Nomi e cognomi: Panzano

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Bicchieri alla mano, l’area che ruota attorno a Greve resta una delle culle del buon bere chiantigiano. Da sempre innervata da un fitto stuolo di produttori, anche perché indubbiamente di estensione significativa, nel tempo ha saputo mantenere alto il blasone del privilegio grazie a una serie di specificità territoriali incontestabili. E grazie anche ad uno speciale spirito collaborativo che vi si respira, da parte di chi in quei territori ci lavora, cosa non da poco in tempi di “confusione globalizzata” sia stilistica che culturale. Un caso virtuoso è rappresentato in tal senso da Panzano, una delle sottozone di pregio del comprensorio grevigiano, la sua propaggine meridionale per intendersi, da che si toccano i confini di territori quali Castellina e Radda. E’ qui che, stando agli intendimenti dei produttori afferenti la locale associazione dei vignaioli, si ha la sensazione di trovarci di fronte a una schiera compatta di idealità condivise. Da quando soprattutto si è andato allargando ulteriormente il bacino di aziende che hanno scelto approcci agronomici ecocompatibili e rispettosi degli equilibri ambientali.

Tutto questo va ad inserirsi però in un contesto culturale nel quale sono molteplici le sensibilità interpretative in campo o, per dirla alla toscana, “i manici”. Al punto che fin troppo spesso notiamo come sia il “manico” ad indirizzare i vini verso ben precisi alvei stilistici, più che le specifiche sollecitazioni di un terroir. E questo senza magari tesaurizzare al massimo gli stimoli e i percorsi instradati o instradabili da una agricoltura naturale. Nulla di nuovo sotto il sole, intendiamoci, ché tutto si inserisce nel corso normale delle cose. Ma è su questo punto che a mio avviso c’è ancora del lavoro da fare; è qui che si gioca la vera battaglia per l’identità: perché una terra liberata (dai gioghi della chimica) ha bisogno di liberi vini. Senza troppe costrizioni o strettoie. Senza troppi lacci o paracadute. Un terroir a così alta vocazione non può non generare di per se stesso un fattore di unicità: e allora, per apprezzarlo davvero, ci si deve concedere il lusso di “lasciare andare” i vini per la loro strada, senza deviarne le naturali traiettorie espressive con makeup cantinieri più o meno sottolineati. Solo così si dà “la quadra al cerchio”, e si proietta un territorio verso l’esclusività.

A questo si aggiunga inoltre (e sarà un inevitabile refrain, dal momento che in questi pezzulli parleremo di Chianti) l’ulteriore specificità, che ci conferma innanzitutto come Panzano non significhi soltanto Conca d’Oro, anzi. Alla caratterizzazione dei terroir panzanesi concorrono molteplici versanti (o crinali), più o meno freschi rispetto alla solarità della Conca, dove altimetrie, ventilazione, esposizione e terreni cambiano (è la cosiddetta “anomalia panzanese”). Ciò che alimenta di per sé una produzione enoica dagli accenti inevitabilmente differenti ma capace di fondere, nelle sue espressioni migliori, energia ed eleganza, robustezza strutturale e capacità di dettaglio: la fatidica “linea rossa” identificativa della Panzano vitivinicola attuale.

Ecco, nella disamina dedicata ai vari protagonisti del territorio (accomunati dal fatto di produrre Chianti Classico), cercheremo di dare una idea del taglio stilistico, delle differenze o delle affinità. Confidando che il mosaico assuma una fisionomia più chiara. O almeno -ed è quel che più ci preme- ispiri nel paziente lettore la curiosità e la voglia di una ulteriore ricerca. La quale ultima, trattandosi di Chianti Classico, se effettuata sul campo assumerà una valenza sensoriale ed emozionale ancor più appropriata.

VECCHIE TERRE DI MONTEFILI

Cominciamo “dall’alto”. Dall’alto dei suoi 500 metri, potremmo dire. Sì perché Montefìli è a tutti gli effetti una enclave a se stante, anche se storicamente rubricata nel panzanese: può contare su altimetrie importanti, suoli galestrosi, esposizioni propizie e salvifiche escursioni termiche nei periodi topici, ovvero su una condizione microclimatica a suo modo “estrema” che più di altre riesce a connotare i vini a base sangiovese su un registro sapido/minerale ben riconoscibile. Nella cantina della famiglia Acuti, sorvegliati dalla premura di Tommaso Paglione, nascono dei Chianti Classico reattivi e stilizzati, di dichiarata desinenza minerale e pervasiva freschezza acida. Così è per il “base”, sempre accorto negli equilibri, eccellente nelle versioni 2005, 2006 e 2007, più in affanno (ma l’annata ci ha messo del suo) nella edizione 2008. Così è per il Riserva, prodotto a partire dalla vendemmia 2006, stupendo ed emblematico in quella edizione, più imbrigliato dal rovere nella versione 2007. Da non dimenticare che nascono a Montefìli due significativi esponenti della genìa Supertuscan, Anfiteatro (sangiovese) e Bruno di Rocca (sangiovese e cabernet sauvignon), due vini elaborati secondo tecniche calibratamente moderne ma che nulla hanno a che spartire con le banalizzanti derive espressive nelle quali questa tipologia spesso è incappata nel corso della sua storia. Restando invero due esempi probanti di forte personalità, dotati peraltro di un bel potenziale di longevità. Nel frattempo, siamo in attesa delle nuove annate (2007), di cui l’azienda ha saggiamente prolungato l’affinamento in cantina.

RIGNANA

Appartata su un costone panoramico del versante nord occidentale, affacciato sulla valle del fiume Pesa –altezze assai significative (dai 350 ai 500 metri), esposizioni generose e ben ventilate, terreni argillo calcarei-, la cantina di Cosimo Gericke, dai 13 ettari di proprietà, fa nascere vini dal profilo terroso e dal tannino particolarmente vivace e croccante, che da qualche stagione hanno virato decisamente verso approdi espressivi più “moderni”, con colore, frutto e rovere in prima linea, disperdendo un po’ quel carattere sanguigno e saporito delle origini. Quando mi capita di assaggiare i loro vini non posso fare a meno di pensare alla paternità enologica rivendicata dall’azienda, ovvero a Giulio “bicchierino” Gambelli (anche se ritengo sia il fedele allievo Paolo Salvi ad interessarsi de factu dell’azienda). E questo perché, d’istinto, quei vini non mi viene di accostarli al suo sentire, da sempre orientato su una idea di sangiovese più sfumata e aggraziata, sia nella timbrica aromatica che nella componente tannica. Mah, chissà mai se un giorno si chiarirà l’arcano?!

VILLA CAFAGGIO

Sostanzialmente parallelo al crinale di Rignana, ma disposto più a sud e contraddistinto da una maggiore estensione di vigneti, ci sta il versante di Cafaggio (che annovera nella parte alta i vigneti di San Martino in Cecione/Casenuove, dei cui vini poco so). Villa Cafaggio può contare su un’ampia articolazione di vigne e di esposizioni, ancor di più da quando sono state acquisite le parcelle assolate appartenute all’indimenticata Carobbio. Da diversi anni in mano al colosso trentino LaVis, dopo la lunga e ispirata gestione di Stefano Farkas (approdato all’Elba), qui la fisionomia dei vini, pur mantenendo un’evidente cura nelle forme, è andata indirizzandosi verso una espressività maggiormente debitrice dell’estrazione e dei legni, tanto che la caratterizzazione di un cru come San Martino (sangiovese in purezza) sembra affidarsi oggi più alla pienezza e al volume che non alle sfumature e ai registri sapido/minerali. Potenza per potenza, più centrato per proporzioni e forza comunicativa appare il Cortaccio, che è invece un cabernet in purezza (niente male come equilibrio e freschezza il nuovo 2007, deciso e propulsivo il 2006). Affidabili, ma senza troppa complessità da mettere sul piatto dei ragionamenti, sia il Chianti Classico “base”, tirato comunque in un numero di esemplari significativo (300.000 bottiglie), che il Riserva. Quando penso a Cafaggio però, inevitabilmente la mente corre alla figura di Stefano Farkas, e al vigneto Solatìo Basilica, e al suggestivo colpo d’occhio offerto dalla vite americana che avvolgeva le mura della magione tingendole di colori infuocati. Non ultime, alle scorribande enoiche per assaggiare tutto lo scibile, ma proprio tutto, della Selezione Fattorie di Silvano Formigli, che molto spesso trovava rifugio e rappresentazione lì. Altri tempi, ma ricordi vivissimi.

RENZO MARINAI

Procedendo ancora a sud, sul crinale parallelo a quello di Cafaggio, cresce il numero di cantine che vi “insistono”. Fra queste La Massa, i cui vigneti (avari di uve sangiovese, visti gli orientamenti del titolare Giampaolo Motta a favore del Bordeaux style) occupano la parte centrale e più aperta del versante; Reggine e Vignole, ad occupare l’appendice meridionale; Stefano Marinai e Il Palagio nella parte più alta (siamo sui 400 metri slm). Siccome di Vignole e Reggine sono anni che non riesco ad assaggiare i vini, e si è fatta ardua nel frattempo pure la reperibilità dei vini de La Massa (da quando la proprietà appare poco propensa ad accogliere le richieste in tal senso che provengano dalla stampa enologica nazionale), in rappresentanza di questo versante mi vien da parlare dei vini e dello stile di Renzo Marinai. Sei ettari a bassa densità di impianto ubicati dalla parte di San Martino in Cecione, su terreni prevalentemente galestrosi, concretizzano una piccola realtà artigianale guidata da una persona garbata e sensibile alle ragioni della viticoltura biologica, artefice di vini che, forse per contrappasso, vanno disegnando traiettorie stilistiche decisamente “moderne”, in cui colore, morbidezza e rovere piccolo sono in netto risalto. Con il rischio di lasciare per strada qualcosa che conti, come il dettaglio, che sicuramente sta nelle corde sia dei vini che del terroir. Oltre ai vini, ogni anno si rinnovano qui la magia della battitura del grano e il gesto sapiente della panificazione. Momenti, entrambi, laicamente angelici.

FONTODI

Come a dire, siamo nella Conca! Sì, nel cuore della Conca d’Oro di Panzano, che i 60 ettari di vigneto della famiglia Manetti occupano in larga prevalenza. Si tratta della parte centrale, la più soleggiata, quella che si affaccia prepotente a mezzogiorno subito dopo l’abitato di Panzano, disegnando un ampio anfiteatro verde. Non c’è bisogno poi di ulteriori presentazioni. La fama aziendale è conclamata. Di più, buona parte della nomea attuale panzanese è legata a doppio filo a un paio di prim’attori liquidi nati e cresciuti qui: Flaccianello della Pieve e Chianti Classico Riserva Vigna del Sorbo. Negli anni ci hanno regalato versioni da antologia, aprendo alle potenzialità fin’allora solo parzialmente inespresse del sangiovese chiantigiano. Adesso, complice (è una mia impressione eh!) un mutamento climatico assai sensibile manifestatosi a partire da inizio secolo nella Toscana interna, i vini di Fontodi, pur non perdendo un grammo della loro personalità, fanno più fatica a contrastare la grande spinta alcolica che li innerva.

Quale compendio di potenza ed eleganza, sono vini ricchi, robusti, penetranti: il Flaccianello, ultimamente, alterna versioni memorabili come la 2006 (per gli amanti della precisione diciamo che a partire dal 2001 i vigneti che danno vita a questo vino non sono più gli originari) ad altre meno risolte dal punto di vista dell’equilibrio (2007) o dell’integrazione coi legni (2008). Il Vigna del Sorbo offre una versione all’altezza della sua fama con l’annata 2006, concedendosi qualche “sbuffo” più caldo e alcolicamente importante (a scapito della dinamica) nel 2007. Da non dimenticare poi il Chianti Classico “base”, sempre sincero, espressivo, molto naturale nello sviluppo.

Infine, la passione viscerale nutrita dal titolare per il Rodano e la Borgogna ha introdotto già da parecchio tempo syrah e pinot nero nei vigneti della Conca (segnatamente a Case Via e Pecille), con risultati a volte sorprendenti (Syrah Case Via 2003 e 2007 docet). Ah, avviso ai naviganti: trattasi in genere di vini piuttosto lenti a carburare se colti in tenera età. Prediligono cioè un adeguato affinamento in bottiglia (e anche una buona aerazione nel bicchiere prima di berli). Così sapranno ripagare (al meglio) le attese, c’è da starne certi.

CASTELLO DEI RAMPOLLA/SANTA LUCIA IN FAULLE

In posizione defilata ma ottimamente esposta, nella parte ovest della Conca d’oro, Santa Lucia in Faulle ci parla, oggi come ieri, di Rampolla. Ovvero, del piccolo regno della famiglia Di Napoli. Ci parla soprattutto di vini “ad alto contenuto di territorio”. Al punto che qui, più che altrove, non fa poi tanta specie la decisione aziendale di convertire -in tempi assolutamente non sospetti- il parco vigneti verso la predominante cabernet, “relegando” il sangiovese al solo Chianti Classico e al fatidico saldo per il celebre Sammarco. Non fa specie perché se ci atteniamo alla profondità gustativa, alla razza, alla scalpitante energia naturale che sgorga dalle pieghe di questi rossi, non possiamo non coglierne le vibrazioni più autentiche del territorio chiantigiano. Per Rampolla, d’altronde, parlano storia e vini. Non certamente le campagne di marketing, ché su questi poggi trovano scarsi appigli peraltro, vista la garbata riservatezza zen di Luca Di Napoli e la ruspante e genuina semplicità della sorella Maurizia.

Derivati da una agricoltura biodinamica della prim’ora, elaborati secondo metodi equilibratamente moderni, ma sempre oculatamente al riparo da eccessi, d’Alceo (il celebre cabernet della casa, dedicato alla memoria del fondatore Alceo di Napoli) e Sammarco palesano fisionomie forti, persino scalpitanti e scontrose in prima gioventù, ma che sanno unire mirabilmente pienezza e dettagli, come la distintiva marca sapida e minerale dei loro tannini, figlia legittima del terroir calcareo, sassoso e a scarso contenuto d’argille di Santa Lucia. Tanto per restare ai tempi nostri, imperdibile la versione 2007 di D’Alceo (un solo “difetto”, ahinoi, ed è il prezzo), a cui risponde la potente succosità di Sammarco, rimarchevole sia nel 2006 che nel 2007. Quanto al Chianti Classico, di sincera caratterizzazione, un passo in avanti per “trasparenza” espressiva è stato compiuto dal nuovissimo 2009, che alla vena salina del gusto unisce un candore fruttato più manifesto rispetto alle edizioni precedenti, segnate invero da sensazioni terrose più ostinate.

CANDIALLE

A giusto titolo provenienti dalla Conca d’Oro, anche se dalla sua appendice meridionale più fresca e appartata, i vini di Josephine Cramer e Jarkko Peränen sono validi portavoce di una enologia moderna, indubbiamente curata, tesa a mettere in risalto la levigatezza del frutto, sempre “tirato a lucido” e ben maturo qui, insieme ai risvolti sapidi tipici di un terroir a forte presenza di galestro. Tradendo semmai, qua e là, un uso del rovere piuttosto esplicito, ciò che alla fine del salmo tende a far assomigliare fin troppo la produzione “classica” chiantigiana a quella di ispirazione più internazionale (Pli, Ciclope). Nei casi migliori comunque la piacevole rotondità gustativa, prodiga di accenti più robusti e decisi, non manca di attrattiva. In tal senso, assai riuscito appare il Chianti Classico Le Misse di Candialle 2009.

MONTE BERNARDI

Forte di un parco vigneti maturo (40 anni l’età media) e di un indirizzo agronomico decisamente orientato alla naturalità, Monte Bernardi ha rinnovato stimoli e vitalità da quando è stata acquisita dalla famiglia Schmelzer, nel 2003, riuscendo a plasmare con maggiore continuità la robusta intelaiatura tannica dei vini in un disegno più sfumato e aggraziato, non privo di avvincenti risvolti floreali e speziati, mettendo così in giusto risalto le caratteristiche del sangiovese della zona. Segnatamente nel Sa’etta, divenuto nel frattempo un Chianti Classico Riserva, dopo il passato da Supertuscan, un vino che riesce a dire la sua con una certa autorevolezza nella versione 2006 e resta in attesa di dirimere soltanto qualche diatriba con il rovere nella versione 2007, comunque promettente. Da terreni di galestro e alberese, situati alle propaggini meridionali dell’area panzanese, nei pressi del torrente Pesa, lì dove non si potrebbe più parlare di Conca d’Oro e dove i confini con Castellina sono a un passo, ecco una proposta in crescita di focalizzazione, meno estrattiva ed esuberante di un tempo, dalla quale potremo attenderci solo buone nuove.

LE CINCIOLE

Cambiamo versante. Ci troviamo ora nel versante nord di Panzano, caratterizzato da esposizioni più “riparate” e da una freschezza microclimatica più accentuata, le quali, unitamente alle altimetrie significative (qui si sfiorano i 500 metri), magari un tempo non avrebbero assicurato sempre e comunque la piena maturazione del sangiovese, circostanza comunque ben escludibile oggi, sotto questi chiari di luna. Tant’è, i Chianti Classico di Luca Orsini e Valeria Viganò non tradiscono di certo i fondamentali del territorio, rendendo per intero, nel tratto stilizzato e nel gusto sapido e floreale che li contraddistingue, tutta la rarefazione e la capacità di dettaglio di cui gli “argilloscisti di pietra forte” sanno essere culla preziosa. Difficile imbattersi male, anche se si tenta la via “internazionale” del Camalaione, un rosso a base cabernet nato qualche anno fa da una scommessa forte, quella di far comprendere la preminenza del territorio sul vitigno, obiettivo quantomeno centrato in certe annate (penso alla 2004 e alla 2006 per esempio; meno caratterizzato il 2007). Ma sta nella cifra stilistica dei due Chianti Classico, annata e Riserva Petresco, l’impronta più chiara e riconducibile allo stile della casa. Il “base” è già stato capace di eclatanti performance (basti pensare al superbo 2006); il Riserva Petresco si insedia assai spesso fra i migliori testimoni liquidi del comprensorio, come ha fatto di recente nei millesimi 2004, 2006 e 2007. Ah, bicchieri alla mano, vecchie annate degli anni ’90 ancora sorprendono per reattività e “sentimento”! Insomma, da una agricoltura biologica della prim’ora, da sensibilità umane conclamate, un indirizzo sicuro per la scoperta di vini sinceri.

PANZANELLO

Dei vini di Andrea Sommaruga, simpatico quanto riservato produttore panzanese, mi è sempre piaciuta la “pasta”, quell’insieme di sensazioni organolettiche che si estrinsecano e si apprezzano fondamentalmente al tatto. Il grande Giulio Gambelli, ci scommetterei, userebbe una delle sue parole “cardine”, ovvero “saporito”, per individuare quella particolare vibrazione salino-terrosa sulla lingua tanto cara agli amanti del sangiovese. Ecco, nei vini di Panzanello, pur non rinnegando il contributo minimo di vitigni alloctoni, c’è un che di saporito che li rende apprezzabili, espressivi. Poi, alla complessità e al ricamo sottile diamo tempo al tempo.

Per certi versanti prossima ai vigneti de Le Cinciole, l’estensione vitata di Panzanello -in realtà assai “spalmata” e tutto men che accorpata al podere- è invero caratterizzata da repentini cambi di fronte, anche altimetrici, e comunque annovera i vigneti fra i più alti della zona (quelli situati subito a sud dell’abitato di Panzano). Fra i ricordi più recenti, buone sensazioni -fresche e terrose- ci sono arrivate dal caratteriale Chianti Classico 2007 e da Il Manuzio 2004, quest’ultimo prodigo di vibrazioni saline, bellamente incurante della lunga permanenza in piccoli barili nuovi.

LE FONTI

Ci troviamo ormai alle porte di Panzano, ad altezze ancora significative, su terreni prevalentemente, ma non solo, galestrosi. Le Fonti (da non confondersi con l’omonimo podere di Poggibonsi) ha subito un radicale reimpianto viticolo a partire dal 1994, anno in cui è subentrata la famiglia Schmitt-Vitali alla guida dell’azienda. In campagna, fortemente maggioritaria la presenza del sangiovese, con saldi di cabernet sauvignon e merlot (che sempre timbrano il cartellino nei Chianti Classico della casa) e scelta filosofica, assai radicata per la verità in terra chiantigiana, di destinare il miglior sangiovese al Supertuscan di turno, chiamato Fontissimo (ovviamente assieme a cabernet e merlot). Stile orientato alla modernità, che lascia trasparire buone doti di eleganza nei vini, ai quali solo la maturità dei vigneti potrà apportare maggiore capacità di dettaglio e caratterizzazione. Ad oggi, se vogliamo, manca forse la continuità di rendimento, ma i vini de Le Fonti sono già stati capaci di buone vibrazioni nel passato. Piuttosto marcati dal rovere in prima gioventù, hanno bisogno di tempo, questo sì. Per rimanere ai giorni nostri, aromaticamente sensuale ma un po’ alcolico il Riserva ’07. Per ritrovare invece un Fontissimo davvero “-issimo”, bisogna tornare al sorprendente 2004, dove agilità e freschezza guidavano le danze. Più in balìa dei legni il polposo 2007.

CASALOSTE

Già proprietà dei Cappelli di Montagliari, Casaloste è stata acquistata da Giovanni Battista ed Emilia d’Orsi negli anni ’90, approdando fin da subito ad una agricoltura biologica. Basse rese in vigna e vinificazione di “stampo” contemporaneo propiziano oggi vini di corpo e colore, indirizzati con decisione sui “crinali” dolci e speziati del rovere, che a fronte di una robustezza e di una saldezza strutturale indiscutibili tendono a sacrificare qualche cosa sul piano della finezza e del disegno, quantomeno nei primi anni di vita. Un riflesso vegetal-balsamico ne è marker assai caratteristico. Fra le ultime uscite, apprezzabile e assai equilibrato il celebre Riserva DonVincenzo 2007.

Altri produttori ricadenti nell’area panzanese: Il Molino di Grace, Agricola degli Dei, Reggine, Vignole, La Marcellina, Vitigliano, Poggio Asciutto, Cennatoio, Montagliari, Le Bocce, La Pesanella-Monterinaldi, La Massa.

Fernando Pardini, toscano, giornalista infatuato di vini, terra e “contadinità”, fin dall’inizio nell’avventura come una delle colonne portanti della rivista. Suo L’appunto al Vino e “I vini del mese e le libere parole“, così come molte altre scorribande narrate su vignaioli, vini, viaggi, cibi, rassegne e suggestioni. Con buone dosi di ingenuità è fermamente convinto che i messaggi della terra, con i gesti che li sottendono, siano sostanzialmente incanto, e che parlare di vino sia come parlar di sé stessi. Dal 2002 al 2006 collabora con Luigi Veronelli, per il quale scrive di vino e olio (sua la rubrica fissa “Le intimità dell’olio” sul prestigioso Ex Vinis). Dal 2003 al 2015 è fra gli autori principali della Guida Vini d’Italia de L’Espresso.

pardini@acquabuona.it

Fernando Pardini, toscano, giornalista infatuato di vini, terra e “contadinità”, fin dall’inizio nell’avventura come una delle colonne portanti della rivista. Suo L’appunto al Vino e “I vini del mese e le libere parole“, così come molte altre scorribande narrate su vignaioli, vini, viaggi, cibi, rassegne e suggestioni. Con buone dosi di ingenuità è fermamente convinto che i messaggi della terra, con i gesti che li sottendono, siano sostanzialmente incanto, e che parlare di vino sia come parlar di sé stessi. Dal 2002 al 2006 collabora con Luigi Veronelli, per il quale scrive di vino e olio (sua la rubrica fissa “Le intimità dell’olio” sul prestigioso Ex Vinis). Dal 2003 al 2015 è fra gli autori principali della Guida Vini d’Italia de L’Espresso. pardini@acquabuona.it

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