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Eataly Roma, luna park per golosi

ROMA – A cavallo tra Otto e Novecento si chiamava ruota panoramica. Negli anni Ottanta spopolava il Tagadà. Ma la giostra da capogiro del XXI secolo si chiama Eataly Roma, ed è dedicata ai golosi, con taglio socializzante. Sì, perché da Eataly si fa una spesa di qualità, affondando le papille nel meglio della produzione eno-gastronomica del nostro Paese, ma si può anche leggere, partecipare a convegni e lezioni legate al festoso mondo della gola. Darsi appuntamento per un aperitivo, una cena o un lunch veloce fuori dall’ufficio (treno, metro, bus è ben servito dai servizi pubblici) è qui cosa facile. Perché come recita il pensiero di Oscar Farinetti: “Il buon cibo avvicina le persone, crea comunione fra diversi strati sociali, aiuta a trovare punti di vista comuni e momenti di felicità”.

Da giugno il mega store gourmet ideato da Farinetti ha inaugurato alla stazione ferroviaria di Roma Ostiense, nei locali del terminal costruito per i Mondiali di calcio del Novanta su progetto dell’architetto spagnolo Julio Lafuente, poi abbandonato a se stesso. Quattro piani da gustare con tutti i sensi, per 17mila metri quadri di bontà con 23 punti ristoro (per un totale di circa 1600 posti a sedere), 14mila prodotti in vendita, 8 laboratori a vista in cui prendono vita eccellenze come la mozzarella casertana di Roberto Battaglia, 8 aule per i corsi, serate a tema con cene a quattro mani di chef famosi.

Roma arriva dopo Torino (la capostipite, era il 2007), Tokyo, New York, ultimo store finché con il nuovo anno aprirà a Firenze per un totale di diciannove indirizzi sparsi nel centro nord. Cosa aspettarsi? Un’amica romana a cui lo avevo consigliato mi ha confessato: “Crea dipendenza. Là posso realizzare qualsiasi desiderio, è un concentrato della migliore espressione italiana a tavola”. Da cuocere, ma anche già pronta nel piatto, grazie a quei 23 angoli dove ti servono pietanze espresse.

Amanti del “cuoppo”, ce n’è anche per voi. Pasquale e il figlio Gaetano Torrente dal Convento di Cetara hanno esportato tutta la loro maestria a Roma. In omaggio alla città eterna, offrono “pane burro e alici” (di Cetara, da dove altrimenti…) in abbinamento ad arancini e frittura. “Perché qui, quando uno sta bene, dice stò a burro e alici” spiega Pasquale. Al quale non potevamo esimerci di chiedere i segreti di quel suo meraviglioso cartoccio che non unge le dita. “Olio sempre fresco, possibilmente di girasole perché risalta meglio il sapore originale della materia prima. I migliori ingredienti. In Italia la cucina deve concentrarsi sulla materia prima, il grande patrimonio del nostro Paese”.

Il pesce che prepara arriva dalle cooperative di Fiumicino, Anzio e Toscana meridionale. Le carni sono de La Granda, per verdure e mozzarella attinge direttamente dai fornitori di Eataly. Ma da Pasquale e Gaetano viene cotta velocemente nell’olio anche la pasta: macheroni e patate, ravioli di ricotta e limone candito. Una bontà, soprattutto i secondi, ottimi anche come dessert. E accomodati al bancone che gira alto, tutto attorno all’isola della friggitoria, concedetevi i vari tagli di pescato di giornata: semplici ma gustosi come le alici di Cetara (in vendita ne trovate persino in salamoia sotto vetro), la paranza, il fritto “senza spine”, il reale “da toglierti la voglia” con pesce,  verdure, pasta. E poi gli immancabili supplì. Alla fine Pasquale Torrente ci saluta con una delle frasi che sintetizzano il suo modo di lavorare: “perché le grandi emozioni arrivano dalla semplicità”.

Dunque si mangia, e si acquista dagli scaffali oppure direttamente da chi trasforma. Partendo dalla cagliata di bufala campana, Roberto Battaglia (il produttore anti camorra) si esibisce in uno show quotidiano dall’altra parte di una parete in vetro, con punto vendita dirimpettaio di mozzarelle e trecce. Un po’ come dire: dal produttore al consumatore. Un panino? E da chi altri se non da ‘Ino di Alessandro Frassica, spostatosi per tutta l’estate da Firenze a Roma senza colpo ferire (ma la sosta in via dei Georgofili è rimasta aperta, condotta con mano ferma dalle assistenti di sempre). Anche lui fa la spesa all’interno di Eataly. “Sarebbe assurdo il contrario – ci ha spiegato – nel raggio di pochi metri hai un concentrato della migliore offerta italiana”, per dare forma a sfilatini fragranti (anche il pane è del forno interno, cotto a legna) e ricercati come il bufala e carciuga, la finocchiona di Fracassi in sposa al pecorino con erbe fini di Busti e mostrada di peperoni (la lista è pressoché infinita, data la possibilità di creare sempre un nuovo sandwich).

I fratelli Mirko e Alessandro Maioli arrivano invece da Cervia per piadine doc, forti degli insegnamenti tramandati da quattro generazioni. Eataly ha pensato anche ai gelati, proponendo quelli a latte crudo dell’astigiana Lait, da un’idea dello chef Ugo Alciati, da bovini piemontesi di pascoli di montagna. Dolci e dolcezze sono di Luca Montersino, dal moderato contenuto zuccherino e totale assenza di ingredienti di sintesi.

C’è poi l’angolo delle osterie romane, al secondo piano, che ospitano a turno chef e ristoratori. Noi a luglio abbiamo incontrato Anna Dente del San Cesario. Amatriciana e polpette “al sugo di nonna Anna” sono cavalli di battaglia da cui non prescindere. Ma anche gli gnocchi al sugo di pecora e pasta al castrato romano, accompagnati da pane da farine biologiche, cotto nel forno a legna di Eataly. E poi il ristorante vegetariano, la pizza con farine bio macinate a pietra, la cucina a base di pasta di Gragnano (un festival per gli affezionati del carboidrato simbolo d’Italia), salumi, pesce, carne, birra e tanto altro ancora. Questo è quanto, ma più delle parole potranno sicuramente le immagini. Perché Eataly Roma è un luna park per golosi, che strega. E già colma l’occhio ancor prima della pancia. Come i bambini.

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13 Comments

  • Luca Bonci ha detto:

    Cara Irene, vado settimanalmente a Torino e sento spesso parlare delle meraviglie di Eataly, quello originario. Non ci sono mai andato, ma mi dovrò decidere, anche se devo confessarti che nutro una avversione terribile per ogni cosa che sia più grande di 100 metri quadri…

    Eataly è veramente un giano bifronte, benemerito per il rilancio delle produzioni artigianali, benemerito per l’educazione alimentare, benemerito perché dimostra che si può fare bene anche se grossi, ma il gasolio che si spreca per portare le acciughe da Cetrara a Torino (o a NewYork!?!?!), lo sradicamento da ogni contesto, il terribile rischio che l’aumento della richiesta uccida le particolarità?

    Hai visto cosa è successo alla mozzarella Pettinicchio. Era già un prodotto industriale ma comunque aveva un suo nome nel sud. Ora è Granarolo, che si è preso solo il marchio, e la mozzarella la fanno in Emilia!

    Ho paura della sindrome del documentario anni 70, quello che faceva scoprire posti incantati nei più remoti angoli del globo per poi regalarli al turismo, alle catene alberghiere, alla distruzione, in due parole…

  • Irene Arquint ha detto:

    Comprendo il tuo punto di vista, caro Luca, ma ogni medaglia ha il suo rovescio. Niente è perfetto. Allora dobbiamo scegliere qual è per noi il male minore. Contadini che abbracciano gli Ogm, allevatori che chiudono trenta polli nella medesima gabbia, mozzarelle blu? Un’industria alimentare che ammazza il piccolo artigiano? Oppure la fine della favola del pastorello ingenuo, che però oggi chatta su Facebook (e lo farebbe con o senza Farinetti) e comunica a “cinguettii” all’altro capo del Mondo? Mentre grosse mandrie di turisti si spostano da un continente all’altro in nome di un turismo qualunquista da diporto. Con annesso consumo di carburante, ambiente e pessime usanze alimentari. Comunque.
    Il mondo viaggia a doppia velocità, cerchiamo (dove possibile) di pareggiarle, almeno di avvicinarle. Sarebbe meravigliosa la cosiddetta “decrescita felice” di cui scrive Maurizio Pallante…
    Preferisco pensare che la vita procede, che la conoscenza, che la comunicazione, che la tecnologia, che il Mondo vanno avanti. Che le multinazionali alla Mc Donald’s trovano nella pasta Afeltra (nella Morelli, nella Benedetto Cavalieri, etc) un rivale a testa alta, che alle voci ‘ndrangheta e mafia (il minuscolo è voluto) vengano contrapposti i prodotti di Libera. Insomma: idealisti sì, ma non c…..ni!
    In realtà penso che dovremmo investire di più in educazione alimentare, in tempo personale, in energie dedicate a chi ci sta vicino. A quel punto torneremmo a scoprire il piccolo produttore che sta a pochi chilometri da noi, che non sarebbe più costretto a sperare nel favore del Farinetti di turno per restare a galla.
    O no?

  • Luca Bonci ha detto:

    Sì!
    ciao

  • Irene Arquint ha detto:

    wow! Quanto so essere convincente quando credo in ciò che dico… Grazie Luca per il piacevole scambio.
    Non nascondo però che mi piacerebbe sapere come la pensano i nostri lettori. EHI, TU! Sì proprio tu, che hai appena finito di leggere: fai la spesa al supermercato, infilando nel carrello la prima cosa che capita (o che hai visto pubblicizzata da qualche parte), oppure leggi le etichette, ti informi se dalle tue parti c’è un pastore, un contandino, un allevatore? E INVECE TU… sì, con lo sgurado un po’ perplesso… sei mai entrato da Eataly??

  • Paolo ha detto:

    Dal mio punto di vista, partirei da una cosa che ha detto Luca: i chilometri che si fanno le acciughe da Cetara a Torino o a New York. Non so, secondo me non è quello che ci ammazza. Ma se qualcuno non compra le acciughe di Cetara, o il tonno di una piccola tonnara trapanese, il risultato è che il pescatore in questione chiude, e l’ambiente non è più pulito di prima. Prima di qualche anno fa manco sapevo esistesse la colatura di alici. Se lo so, è grazie a manifestazioni di grandi dimensioni come il Salone del Gusto; l’ho conosciuta, l’ho assaggiata e adesso so se mi piace o se non mi piace. E so dove posso trovarla, ad esempio da Eataly. Se dovessi prender la macchina e andare a prendela in Campania, buonanotte! E di rimando, però, l’attenzione per quel che mi piace mangiare, in un secondo momento si è evoluta anche su cosa mangio, e come viene trasformato quel che mangio. E questo anche grazie alle cose che ho visto al Salone o a Eataly. Volendo estremizzare, il percorso si potrebbe riassumere così: Mi piace la nutella>guarda un po’ c’è una crema spalmabile alle nocciole ancora più buona>costa molto, ne compro meno>e se provassi qualcosa di più semplice?>mi faccio la marmellata di frutta in casa.
    Tutto questo però senza estremismi. Se capita una fetta di pane e nutella va bene, non mi fustigo per questo.
    In ogni caso, meglio mangiare un po’ meno “ciccia”, stare attenti a quel che si mangia, ed essere sempre curiosi di tutto!

  • Irene Arquint ha detto:

    bravo Paolo! Condivido in pieno

  • Giovanni ha detto:

    Sono d’accordo con Irene, Paolo e anche con Luca , Eataly può sevire da scintilla ma anche rischiare di ammazzare il mercato esagerando la visibilità sui piccoli produttori. Personalmente frequento ,ovviamente, i supermercati, ma tento anche di comprare dai mercati contadini che nella mia zona (Montevarchi) stanno diventando abbastanza diffusi.

    Mi sembra che chi veramente soffra invece sono i negozietti ,specialmente se non hanno i mezzi per differenziarsi in qualità o particolarità. Le facilitazioni, anche economiche ,che sono state date alla grande distribuzione hanno portato, secondo me, a peggiorare la qualità della vita delle persone , costrette ad ammucchiarsi in questi centri commerciali che di bello hanno poco… anche se non conosco Eataly e quindi dovrei prima provarlo.

  • gp ha detto:

    L’entusiastico articolo di Irene Arquint può far pensare che da Eataly Roma “come si casca, si casca bene”. Invece secondo me è un posto dove bisogna tenere su le antenne per separare le luci (indubbie) dalle ombre.
    Una prima cosa a cui stare attenti secondo me è la presenza di grandi produttori più o meno industriali mescolati a quelli piccoli/artigianali. Per il vino, che è quello di cui mi intendo di più, è difficile capire il senso della presenza dei colossi Negri (Gruppo Italiano Vini) per la Valtellina e di Feudi di San Gregorio per l’Irpinia, due zone che avrebbero meritato di essere rappresentate da qualcuno dei tanti produttori piccoli/artigianali (o tuttalpiù medi) che lì non mancano. Per la cioccolata, di cui non sono un esperto ma credo un consumatore avveduto, vale la stessa cosa per il vasto spazio riservato a Venchi, un grande produttore che un tempo faceva prodotti di qualità, ma che per esperienza personale da almeno cinque anni è scaduto in direzione commerciale.
    Un’altra cosa a cui stare attenti, soprattutto se si ha un minimo di attenzione ambientalista non dico per il “chilometro zero”, ma almeno per il “chilometro meno di 500”, è l’eccesso di prodotti piemontesi, che sono ampiamente presenti anche in settori dove la regione non vanta eccellenze di livello nazionale, ma tuttalpiù locale (per esempio la pasta). Tornando al vino, è surreale la presenza di 52 Barbere diverse (credo di gran lunga troppe anche se si trattasse di Torino e non di Roma), all’interno di uno spazio enoteca che è di medie dimensioni (per dire, il Nord Piemonte, che riscuote un certo interesse tra gli appassionati, è rappresentato da soli 4 rossi). Tra i biscotti, magari un produttore di biscotti di meliga ci può anche stare, ma non i 5 o più che sono presenti, con più linee ciascuno. Tantopiù che questo tipo di biscotto — e qui torna il discorso del “chilometro 500” — tendono inesorabilmente allo sbriciolamento se sballottati su lunghe distanze, con esiti tristemente visibili in molte confezioni trasparenti (ma non in quella firmata da Montersino che ho comprato io, dove la busta cartonata nascondeva agli occhi… la stessa realtà frantumata!).
    Infine, starei attento anche al “fattore outlet”, cioè di produttori che sono presenti in quanto di proprietà (o comproprietà o simili) di Eataly o del suo gestore. Sempre per i vini, si parla di Fontanafredda e dell’una volta glorioso marchio storico Borgogno (agghiaccianti quegli austeri Barolo con la nuova etichetta di diversi colori, tutti squillanti), ma suppongo anche dello sconosciutissimo produttore Bordini di La Morra — che oltretutto è presente con il suo bianco sfuso in una serie di spazi di ristorazione interni a Eataly, quando le zone italiane a cui guardare per una diffusa pesenza di bianchi di alto livello qualitativo sono notoriamente altre (per esempio le Marche e l’Irpinia, sempre per restare su distanze più contenute).

  • Irene Arquint ha detto:

    Grazie Giovanni e grazie G…
    luci… ed ombre… la vita intera è fatta di bianchi e di neri, di infinite sfumature. Da saper cogliere. E ancora una volta ci fa un immenso piacere leggere come la pensano i lettori di Acquabuona. Dunque: allerta! Ma non smettiamo di acquistare ed informarci sulle piccole realtà. E ribadiamolo: Eataly ne ha avvicinate molte al grande pubblico.
    Altre esperienze? Punti di vista?

  • Davide Z. ha detto:

    La mia esperienza è questa: da circa 3 anni faccio parte di un GAS (Gruppo di Acquisto Solidale) riuscendo così ad acquistare quasi tutto il necessario, sia per l’alimentazione che per i prodotti di pulizia ed igiene personale, da produttori della mia regione (Romagna) o da zone limitrofe.
    La cosa bella di ciò è il rapporto diretto e costante con i produttori: periodicamente andiamo a fargli visita e possiamo così entrare nello specifico delle tecniche di produzione e delle varie problematiche in essere….grazie al continuo feedback i produttori hanno così modo di capire in tempo reale come poter eventualmente migliorare ed affinare il proprio lavoro.
    Perciò in tempi di ipermercati, centri commerciali, outlet sempre più grandi e noiosi (non so perchè ma quelle poche volte che la mia ragazza mi costringe ad accompagnarla mi viene una terribile emicrania!!!) dove la variante fondamentale per fare acquisti è il prezzo ho deciso che è meglio consumare meno ma meglio e la qualità del prodotto è anche più importante del costo; che poi fatti due conti non è che si spenda moldo di più, anzi….

  • antonio ha detto:

    Finalmente con GP una voce fuori dal coro degli “incensatori” di Farinetti! Non se ne può veramente più della celebrazione continua di questo imprenditore iperpresenzialista. La cosa che lascia veramente perplessi è che sembra l’unico e vero paladino del mangiare e bere giusto in Italia alla faccia di tanti piccoli produttori che veramente fanno sacrifici enormi per mantenere in vita produzioni di nicchia e vere eccellenze. L’imprenditore Farinetti applica al wine &food la stessa medesima filosofia a suo tempo usata nell’elettronica, visibilità, presenzialismo, buono, giusto bla bla bla. Come sottolinea giustamente GP, molte delle aziende vendute sono in qualche misura partecipate dallo stesso Farinetti, mentre non ho mai sentito nessuno dei valenti giornalisti incensatori, parlare della consuetudine di Eataly di chiedere un sostanzioso contributo in denaro o in merce ai produttori per avere i propri prodotti sullo scaffale! Allora che si parli di Farinetti per quello che realmente è, un bravo imprenditore pronto a cogliere le sue occasioni, ma da qui a farne il paladino del Made in Italy gastronomico ce ne passa.

  • Irene Arquint ha detto:

    oh, finalmente! Le voci si fanno sentire e le sperienze arrivano.
    Allora, a mio umile giudizio (senza incensare, ma focalizzando sui fatti), Farinetti ha reso popolare un concetto importante, quello del miglior made in Italy a tavola. Trasformando in risorsa economica il credo di Carlin Petrini. Pasta, latticini, salumi, conserve artigianali, prodotti bio facilmente accessibili. Tutto ciò è diventato un business, e perché no: viviamo forse di aria e sogni? Farinetti è un imprenditore, che fa i conti con il mercato, non è un filantropo. Almeno non mi risulta. Sui suoi scaffali ci sono etichette da lui commercializzate? Io stessa, avessi un alimentari, credendo nelle mie marmellate le proporrei ai miei clienti. Come metteva giustamente in guardia GP: Eataly è fatta di luci ed ombre. Prima di Eataly mia mamma (che potrebbe essere quella di chiunque altro, non pratica dei dintorni di Caserta) non conosceva le mozzarelle di Roberto Battaglia. Ed è un esempio. Ma ci siamo chiesti perché molti dei piccoli produttori di cui parliamo fanno la fila per proporre le loro eccellenze a Farinetti?
    Sono stata abituata a rifuggire i miti (tranne la propria coscienza), dunque diffido da qualsiasi manifestazione a senso unico, perché so bene che là fuori, il Mondo, è fatto di sfumature. E visto che Davide ha nominato i Gas, direi che quella è una strada giusta da percorrere. Ma nel nostro Paese non sempre è facile fare squadra…

  • francesca ha detto:

    @ antonio
    puoi fare qualche nome di questi produttori che “contribuiscono” per entrare ad eataly?

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