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Via dalla pazza folla. Vini d’evasione. Prima parte: passaggio a Nord Ovest

In questa serie di articoletti ho cercato di sintetizzare una idea tutta estiva (ché mi è venuta d’estate, stagione buona per progettare evasioni) da dedicare a certi vini outsider, estratti dalla miriade di assaggi consapevoli effettuati negli ultimi due o tre mesi. Una esperienza forte e straniante quest’ultima, l’ennesima, che annovera oltre 3000 vini diversi debitamente annotati e rimuginati, e che mi ha tenuto giocoforza distante dall’attività redazionale della “mia” AcquaBuona (portandomi peraltro ad alcune riflessioni personali, che vedrò di raccontare in un prossimo pezzo dalla gestazione confusa ma dal titolo ormai certo: “palati in affitto”). Intanto, le ragioni di un titolo: via dalla pazza folla è un vino desueto, che non sta sulla bocca del primo che arriva così come dell’esperto winewriter; via dalla pazza folla è un vino dalla personalità “sghemba”, a volte selvatica a volte candida, comunque pura e poco incline alle omologazioni; via dalla pazza folla spezza consuetudini per immaginarne altre. Potrebbe trattarsi di una etichetta prodotta da una realtà misconosciuta, oppure di una etichetta appartenente a una denominazione nota ma frutto di una interpretazione diversa e personale, e comunque non così affermata per quanto meriterebbe. Non si tratterà necessariamente di grandi vini in senso stretto, ma di vini che si fanno ricordare. Vuoi per quella virgola di carattere in più, vuoi per l’istintività, vuoi addirittura per l’ingenuità. Eppoi, forse, non c’è bisogno di spiegare fino in fondo le ragioni di una scelta. La metti là, sul piatto dei ragionamenti, confidando nella curiosità di un lettore o due. Fa strano pensare però che nei ricordi di un degustatore incallito come me ci sia posto anche per questi vini, insieme alle consolidate eccellenze del buon bere italiota.  Vi confesso: più vado avanti e più scopro solo nei coni d’ombra poco abbagliati dalle luci della fama (a volte indubbiamente meritata) gli stimoli necessari per una scrittura che parli di incanto. Lì ritrovo il miracolo di cui disperavo già.

Ora, per motivi editoriali (tanto per darsi un tono), anzi più esattamente per non “sfiancare” fin da subito l’affezionato lettore, ho diviso la trattazione in più puntate, ciascuna delle quali focalizzata su determinati epicentri geografici, banalmente appartenenti al Nord, al Centro e al Sud del nostro paese. Infine, man mano che l’idea prendeva corpo, ho scoperto -per fortuna- che di vini del genere ce ne sono più di un po’. Da qui l’ineludibile sfrondata alla schiera fitta di assaggi, per parlarvi soltanto di un ristretto numero di vini, i primi che mi sono venuti alla mente. Se non altro, ci sarà pane (anzi, vino) per ulteriori sequel.

VALLE D’AOSTA

Con insuperata capacità di sintesi, quella che appartiene soltanto agli eletti, Luigi Veronelli era solito definire i vini della Vallée “netti e nervosi”. Sono passati quarant’anni da quelle intuizioni letterarie (sì, fu lui a far emergere il lato letterario di una esperienza sensoriale, ovvero a unire la realtà di un esperienza terragna quale “l’ascolto” di un bicchiere di vino, con l’irrealtà propria della letteratura). Di fronte a vini come quelli che vi racconto oggi, l’attualità di quella definizione balza agli occhi ed esubera abbondantemente la caterva di parole, più o meno a vanvera, che mi ostino ad aggiungerci io.

Perciò, quando vi troverete di fronte al Vin Blanc de Morgex et de La Salle 2009 di Ermes Pavese, piccolo produttore che coltiva prié blanc nei suoi 3 ettari di vigna franca di piede sopra i 1000 metri d’altitudine, potrete ricordarvi di quella frase. Di fronte a un vino così, anche il priore benemerito Bougeat (l’abbé), che lì a Morgex se lo ricordano bene, ne andrebbe fiero. Colore diafano, debolmente verdolino, naso timido e silenzioso, da cogliere senza fretta. Un nonnulla di erbe alpine poi tutta una serie di micro-dettagli fugaci e passeggeri. Ma il lato emozionale ce lo racconta quel palato lucido, glaciale, secco senza concessioni, solo sottigliezze e toni vulcanici, scattante e orgoglioso dei suoi ritorni sapidi, nitido e profilato come le montagne che ci son là, certo che potrà affrontare il tempo con altrettanta dignità. Se volete, potrete pensare anche al fatto che questo vino montanaro vi costerà sugli 8 euro.

Cambiando vitigno, colore, produttore e zona (qui ci troviamo sui primi rilievi collinari attorno ad Aosta), ma tenendo bene a mente le suggestioni veronelliane, il Pinot Noir 2008 di Elio Ottìn (che poi pare si pronunci proprio ottìn) potrebbe far pensare all’ennesimo velleitario scimmiottamento della inarrivabile  grandeur borgognona. Non è così. Perché l’originalità organolettica sprigionata da questo dinamico pinonuar valligiano non lascia spazio a facili derubricazioni.  E se il naso chiede  tempo per armonizzare le sue “ragioni” (dalle screziature però ne intuisci l’animo “ artigianale”), il palato non te la manda a dire: qui uno dei pochi casi di pinonuar italici “impettiti”, vibranti, tesi e affilati per tutto l’arco gustativo, senza scodate alcoliche e conseguenti mollezze. Varietale ben trasposto ma niente di accademico. Profilo terroso e rabarbaroso, sferzate dolci di agrume e lampone. Alla fine prevale la sapidità, che allunga il sorso portandoti alla riprova. Questo gioiellino (ci) costerà 15 euro o giù di lì.

Infine, non poteva mancare un (quasi) nebbiolone d’altura. La denominazione Arnad-Montjovet suonerà ignota ai più; Arnad casomai farà drizzare le orecchie (le papille) a certi gourmet, i più attenti alle ciberie in odor di artigianato (in questo caso il mitico lardo). Eppure, dall’enclave di Montjovet, la benemerita cooperativa La Kiuva (autrice peraltro di interessanti versioni “esotiche” su vitigni quali chardonnay e pétite arvine) se ne esce con un vino paradigmatico e rigorosissimo; con un vino, ancora una volta, ad alta dignità territoriale. E’ l’ennesimo esemplare “netto e nervoso” di veronelliana memoria, l’Arnad-Montjovet Superiore 2006 de La Kiuva. Il colore “leggero”, con l’unghia arancio-brunastra d’accompagno, si concede le sue belle trasparenze. E poi ecco che parte, tutto in agilità, tutto “ in sollevare”. Un nervosismo gusto-olfattivo benedetto. Agrumi freschi, stimoli terrosi e tanti sussurri mineral-floreali. Non una forzatura che sia una. Un lato delicatamente affumicato ne impregna il sorso, la scorrevolezza si fa inarrivabile. “Lirismo come se piovesse”, dice di lui l’amico e collega Giampaolo Gravina, altro grand’acrobata della parola. A 12 euro una piccola-grande poesia liquida.

PIEMONTE

Posticino che non scherza, in fatto di vini, il Piemonte. Lì dove l’attaccamento alle autoctonie si è fatto bandiera e vanto, e la filosofia dei cru  – per fortuna- non soltanto filosofia. Perciò c’è poco da fare, ho cercato fra denominazioni piccole e grandi per scovare un “suono” diverso nei meandri del main stream. Non è facile, quando ti rendi conto che anche il main stream suona una musica tutta sua. Ma questo è il Piemonte, bellezza!

Dai Colli Tortonesi, che stanno in provincia di Alessandria, ecco un vino “partigiano” frutto di una “ruralità consapevole” (Luigi Veronelli  -sempre lui- l’avrebbe chiamata così), quale quella messa in pratica da una “comune” sociale agricola nata trent’anni orsono, ai tempi in cui sogno e ribellione imponevano, a chi fosse rimasto coerente, scelte di vita e prese di posizione nette (“back to the garden”, incitava Joni Mitchell nella sua “Woodstock”; “I’m going up to the country“, gli facevano eco i Cannet Heat; “are you ready for the country? Because it’s time to go“, chiosava Neil Young). Un bellissimo articolo apparso su un Veronelli EV di 6 o 7 anni fa  mi aprì alla conoscenza (virtuale) di questa realtà, che per inciso non produce soltanto vino. Oggi il Colli Tortonesi Bianco San Vito 2008 di Valli Unite (timorasso in purezza, singolare vitigno a bacca bianca sottratto alla dimenticanza da un manipolo di brave persone, fra cui spicca il nome di Walter Massa) è davvero una bella “realtà” vinosa.  Olfatto spogliato da orpelli e incentrato sulla timbrica minerale, un buffetto di erbe aromatiche a contorno, poi profilatura, asciuttezza, asprezza metallica, freschezza da vendere e ancora sale, tanto sale. 10/11 euro pregni di (bio)diversità.

A Scurzolengo, nel Monferrato astigiano, la famiglia Verrua, oggi rappresentata in primis da Ottavio, giù alla cascina Tavijn lavora in modo naturale e da tantissimi anni le varietà tipiche della zona. La figlia Nadia nel frattempo ha dato nuovi impulsi nel verso di una ulteriore personalizzazione della produzione, accogliendo i dettami della agricoltura biologica e biodinamica. Il Grignolino d’Asti 2009 di Cascina Tavijn è vino per antonomasia. Perché è il fedele compagno di una tavola imbandita, in grado di onorarne le molteplici variazioni senza colpo ferire. Teso, asciutto, senza smancerie, conserva un frutto delicato, una buona asprezza acida e un buon tannino. Il palato è croccante, sapido e netto, più dolce e accomodante nel finale, dal retrogusto vivaddio ammandorlato. Sette euro di pura contadinità “senza filtri”, tramutatasi d’incanto in vino.

Siccome volevo parlare anche di un Dolcetto, senza pentimento mi son buttato su Dogliani, per raccogliere da un interprete sensibile quale la famiglia Boschis (i loro vini, Vigna dei Prej su tutti, sono stati compagni fidati di tante e tante cene trascorse all’enoteca Da Mauro, nel comune di Massarosa, in Toscana, 15 e più anni orsono, e grazie a loro fioccarono le belle figure) una idea di Dolcetto meno violenta ed esasperata in materia di frutto e densità. Ed è così che, oltre alla generosità intrinseca di un uva nata e cresciuta in quel contesto pedologico e microclimatico,  il Dogliani Vigna del Ciliegio 2007 di Francesco Boschis riesce a trasmettere il lato più sfumato e lirico del simpatico vitigno. E se il palato è compatto ed il finale solcato da tannini doglianeschi, ecco che ti colpisce per la dinamica e per la limpida impronta minerale. Insomma, un Dolcetto importante ma tutto da bere. A 13 euro.

Dal Roero due suggestioni due, nientepopodimenoche. La Barbera d’Alba 2006 di Vincenzo Calorio, da Montà d’Alba, è sorprendente (e costa 12 euro). Muovendosi sul fascino sottile dell’evoluzione, dimostra una complessità fuori dall’ordinario. Vibrante, tonica, ben sapida al gusto, sacrifica volentieri le aspettative dolci e fruttate, a volte semplificatrici, tipiche del vitigno per raggiungere una dimensione gustativa originale e raffinata.

Il Roero Ca’ Boscarone 2007 di Silvano Nizza, altro piccolo produttore roerino non propriamente à la page, è quanto di meglio si possa trovare in fatto di armonia gustativa e delicatezza tannica, in una terra forse nata per esaltare proprio questo tipo di caratteristiche dall’uva nebbiolo (snellezza, finezza), eppure troppo spesso disattese da pruriginose frenesie estrattive, corroborate magari da buone iniezioni di rovere nuovo. Ecco, qui avrete un “respiro” nebbiolesco sfumato ed invitante, e una continua spinta sul palato, stimolato dalla acidità e da tannini molto fini, di grana sabbiosa e gusto sapido. Non ultimi, uno struggente coté floreale e un prezzo amorevole (12 euro).

Ooh, ci siamo! Siamo arrivati in Langa, quella vera. Da lì, fra i millanta che tutta notte canta(e ridagli con ‘sto Veronelli!), due ricordi belli e coinvolgenti. Il primo mi arriva da Neive. E’ una Barbera d’Alba da declinarsi più che mai al femminile, tanto sensuale e tenera ella è. La piccola Cantina del Glicine ha una “mano” angelica e tradizionale (provare per credere il Barbaresco Marcorino 2007), una pianta di glicine (naturalmente) sull’uscio di casa e una cantina bellissima da visitare. Pensate che qui si usa ancora aggiungere un 10% di uve nebbiolo da Barbaresco nel mosto di barbera in fermentazione. La Barbera d’Alba Superiore La Dormiosa 2007 è quel che si dice un vino profilato ed elegante. E tutto questo senza perdere mai di vista la naturalezza espressiva, che non prevede mollezze nel frutto, non prevede arroganza nella estrazione. Una Barbera femminea, fresca e pura, a 12 euro, in compagnia della quale è lecito sognare.

Fermandoci nei paraggi, ma stavolta a Barbaresco Barbaresco, non bado a scrupoli e mi ficco nel cuore della denominazione: Rabajà. Diverse le versioni, sovente memorabili, che portano in etichetta il nome di questo prezioso terroir (Produttori del Barbaresco, Bruno Giacosa, Castello di Verduno, Bruno Rocca, Giuseppe Cortese….). Via dalla pazza folla significa in questo caso il Barbaresco Rabajà 2007 di Ca’ du Rabajà, micro-cantina outsider e poco conosciuta la quale, da storica conferitrice di uve per i Produttori del Barbaresco, si è messa come suol dirsi in proprio. In questa passionale versione tutta la struggente eleganza di cui è capace il cru, veicolata da un frutto tenero, fresco, dolce, quasi ingenuo e ingannevolmente semplice al primo approccio; e poi da un palato felpato, carezzevole, di materia bella e succosa. 45 euro per un piccolo miracolo di equilibrio, che può valere viaggio e ricerca.

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